L. Pianzola su blanc de ta nuque
20 novembre 2008
Vorrei partire da un paio di puntualissime frasi pronunciate da Luisa Pianzola circa un anno fa nel sito nomadi mondi: "Con la poesia ci si muove in profondità, come sommozzatori, per riemergere con cristalli leggeri e taglienti che parrebbero non conoscere che la superficie. Poesia è il centro, è cercare di tenersi legati a un centro."
Dunque: poesia è immergersi e tornare in superficie con un tesoro, come scrive Ungaretti nel porto sepolto; e: "Poesia è il centro" ossia ciò a cui nulla manca, è il senso in quanto tale, l'unità del sacro, da sempre invocata; ma anche: poesia "è cercare di tenersi legati a un centro". Poesia e poeta non sono dunque la medesima apertura. Per questo la poesia ci coglie impreparati, dis-locati nei pressi del senso, ma ancora antropologicamente incompiuti, lì vicino, ma fuori. Tutti. Nostro compito, ci dice la Pianzola, è intraprendere il viaggio verso il luogo del senso. Che è il nostro luogo, ciò che ci è più proprio. Il lettore è chiamato a rispecchiarsi in quel cerchio, per deformarsi infinitivamente, ad ogni nuova lettura; l'autore ha invece la responsabilità di dialogare con la radice che lo tiene nell'aperto del dire, che lo vuole lì, in ascolto. Una radice transpersonale, un legame che lo tiene in comune con gli altri, con ciascun altro. Dice Rimbaud: il poeta ha una responsabilità anche nei confronti degli animali, parla anche per loro. Il poeta infatti dice per ciascun altro, a nome di tutti, il nostro essere mortali parlanti, interpretanti, musicanti, come i suonatori di Brema, affamati e al centro d'ogni cosa che conta: il ritmo. Le cose, le persone, lo sfondo, vibrano nel cerchio della relazione messa in moto dalla scansione ritmica, dal suono. Così fa la Pianzola, costruendo il centro (per sé e per ciascuno di noi) a partire dal mattoncino sillabico desublimato, dall'attenzione puntuale per le zone d'ombra, dall'affetto verso gli autori prediletti, dalla trasformazione del ricordo in occasione sapienziale, alleggerita da un'ironia figlia dell'intelligenza e del pudore.
da http://golfedombre.blogspot.com/
20 novembre 2008Dunque: poesia è immergersi e tornare in superficie con un tesoro, come scrive Ungaretti nel porto sepolto; e: "Poesia è il centro" ossia ciò a cui nulla manca, è il senso in quanto tale, l'unità del sacro, da sempre invocata; ma anche: poesia "è cercare di tenersi legati a un centro". Poesia e poeta non sono dunque la medesima apertura. Per questo la poesia ci coglie impreparati, dis-locati nei pressi del senso, ma ancora antropologicamente incompiuti, lì vicino, ma fuori. Tutti. Nostro compito, ci dice la Pianzola, è intraprendere il viaggio verso il luogo del senso. Che è il nostro luogo, ciò che ci è più proprio. Il lettore è chiamato a rispecchiarsi in quel cerchio, per deformarsi infinitivamente, ad ogni nuova lettura; l'autore ha invece la responsabilità di dialogare con la radice che lo tiene nell'aperto del dire, che lo vuole lì, in ascolto. Una radice transpersonale, un legame che lo tiene in comune con gli altri, con ciascun altro. Dice Rimbaud: il poeta ha una responsabilità anche nei confronti degli animali, parla anche per loro. Il poeta infatti dice per ciascun altro, a nome di tutti, il nostro essere mortali parlanti, interpretanti, musicanti, come i suonatori di Brema, affamati e al centro d'ogni cosa che conta: il ritmo. Le cose, le persone, lo sfondo, vibrano nel cerchio della relazione messa in moto dalla scansione ritmica, dal suono. Così fa la Pianzola, costruendo il centro (per sé e per ciascuno di noi) a partire dal mattoncino sillabico desublimato, dall'attenzione puntuale per le zone d'ombra, dall'affetto verso gli autori prediletti, dalla trasformazione del ricordo in occasione sapienziale, alleggerita da un'ironia figlia dell'intelligenza e del pudore.
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